"Il Teatro dovrebbe essere un incontro tra persone. Tutto il resto serve solo a confondere" (I. Bergman)
VADEMECUM PER ASPIRANTI ATTORI Se sapete che il vostro strumento siete voi stessi, conoscete anzitutto il vostro strumento, consapevoli che è lo stesso strumento che danza, che canta, che inventa parole e crea sentimenti. Ma curatelo come l'atleta, come l'acrobata, come il cantante; assistetelo con tutta la vostra anima, nutritelo di cibo parcamente, ma senza misura corroboratelo di forza, di agilità, di rapidità, di canto, di danza, di poesia e di poesia e di poesia. Diverrete poesia aitante, metamorfosi perenne dell'io inesauribile, soffio di forme, determinati e imponderabili, di tutto investiti, capaci di assumere e di dimettere passioni, violenze, affezioni, restandone arricchiti e purificati… tesi alla rivelazione di quel che l'uomo è: angelo della parola, acrobata dello spirito, danzatore della psiche, messaggero di Dio e nunzio a se stesso e all'universo di un se stesso migliore. (Orazio Costa Giovangigli)
“Col recupero, con l'esercizio e con l'affinamento dell'istinto mimico e dei suoi riflessi spontanei, riconoscere, liberare, perfezionare le forme, le forze, le interazioni organiche dell'espressività naturale e riscoprirne, liberarne, acquisirne il coerente armonico confluire nella parola vivente e in ogni altro linguaggio in cui si manifesta l'inesauribile incontro dell'uomo con la realtà.” (Orazio Costa Giovangigli)
Parlando di come muovere la coulisse possiamo fare riferimento a questo scritto di Mejerchol'd, che proponeva "il lavoro di un operaio esperto" quale esempio di comportamento fisico naturalmente artistico, tendente spontaneamente alla danza: Nell'esaminare il lavoro di un operaio esperto, riscontriamo nei suoi movimenti: a) l'assenza di movimenti superflui, improduttivi; b) la ritmicità; c) l'individuazione del giusto centro di gravità del proprio corpo; d) la resistenza. I movimenti fondati su queste basi si distinguono per il loro carattere "di danza", il lavoro di un operaio esperto ricorda sempre la danza, esso sfiora i confini dell'arte. da L'attore del futuro - Vsevolod Emil'evic Mejerchol'd (Penza 1874 - Mosca 1942, regista teatrale russo)
LA SCRITTURA TEATRALE "Il teatro è l'arte della finzione, chi scrive per il teatro, chi fa teatro, chi va a teatro, sa che deve avere a che fare con la finzione. Eppure attraverso la finzione si può riuscire a rendere più visibili le cose della vita e a far sì che quel che sembrava nascosto e incomprensibile possa venire alla luce ed essere visto in modo chiaro. Perché il teatro è l'arte della finzione, ma è anche l'arte che più di tutte si occupa della vita. Tutto quello che appare in teatro è chiaramente finto, il pubblico paga il biglietto, si siede in poltrona e deve regolare il proprio cervello in modo che possa credere vero quel che vero non è. C'è un unico luogo per raccontare milioni di luoghi possibili, un luogo ideale in cui tutte le proporzioni saltano e devono essere ricomposte secondo nuove regole. Le scenografie sono di "cartone" e le luci artificiali, i costumi sono ricostruiti e anche la recitazione degli attori è ricostruita per gli spettatori che sono o troppo vicini o troppo lontani e a cui la voce e i gesti devono arrivare a tutti allo stesso modo. Chi si occupa di teatro deve avere perfetta conoscenza del mezzo che usa e deve utilizzarlo al meglio perché tutto ciò che è smaccatamente falso risulti vero ed emozioni e faccia pensare e dia un punto di vista nuovo su qualcosa di apparentemente banale quotidiano. Chi scrive per il teatro deve reinventare la vita e produrne un concentrato servendosi di uno spazio ridotto, di un tempo compresso e di un linguaggio che nulla ha a che fare con quello che adoperiamo tutti i giorni. La comunicazione quotidiana è alla base di quel che si scrive, ma viene subito destrutturata, si abbandona tutto ciò che non risulta necessario, si intensifica quel che serve. Nella vita una conversazione può durare alcune ore, per riprodurla in teatro possono bastare cinque minuti. Alle persone, nella vita, per capire il senso delle cose ci vogliono molti anni, i personaggi di un dramma devono comprendere in fretta, nello stretto giro di due ore di spettacolo. Questo è possibile perché con il linguaggio teatrale non si racconta soltanto quel che si dice, ma anche quel che si pensa, quel che sta nascosto nel cuore scuro degli esseri umani. Se si riesce ad infilare la chiave della fantasia nel catenaccio delle convenzioni il teatro contiene in sé una grande libertà espressiva. E' forse questo il motivo per cui molti scelgono di diventare drammaturgo anche se è una professione molto difficile, tenuta ancora ai margini e non considerata necessaria come in un paese civile dovrebbe essere, nel migliore dei casi ci si deve abituare a una lentissima fama. Ci si consola pensando che il teatro non fa diventare ricchi, ma serve a salvarsi la vita". (Rocco D'Onghia)
SPAZI PER UN NUOVO DIRITTO ALLA CITTADINANZA "Il Teatro come educazione, funzione, questa, ancora più importante oggi che attraversiamo tempi tanto oscuri. Il rito del Teatro, rito per antonomasia, antico quanto l'uomo, oggi per un cittadino del nuovo millennio si pone come punto di partenza per una ridiscussione del rapporto tra la propria storia personale, quella più intima e segreta di ognuno di noi e la storia collettiva.
Imparare o meglio re-imparare a giocare, a sperimentare nell'esperienza del Cantiere una nuova collettività basata sul rispetto, sulla solidarietà, sulla condivisione, sulla compassione, nel senso più alto ed etimologico della parola, sempre più lontani dall'isolamento massmediatico. Perché non si può essere soli. Perché è giusto chiedere aiuto. Perché non si possa dire che non sapevamo di noi, degli altri. Ritornare quindi ad una responsabilità etica con sé stessi.
Far Teatro per opporre a questi giorni di violenza, di scontri culturali che celano interessi economici, a questa dilagante cultura della morte, la cultura della vita, la cultura della diversità, del recupero dell'anima, in tempi di assurdi materialismi.
Far Teatro per far politica, per occuparsi della polis, per uscire dall'individualismo pressante, per non chiudersi in rapporti familiari che stanno scoppiando, per disinnescare un pericoloso blocco silenzioso che frena la comunicazione tra le generazioni e così trovare una dimensione del piacere, della pienezza. Far Teatro per uscire dall'effimero, dal vuoto che avvolge, dalla noia che attanaglia e stringe le emozioni, le annulla.
Far Teatro non per esibire ma per scoprire il pudore di un bacio, il valore di un abbraccio, la sacralità dell'istante passato con l'altro, il prezzo di ogni sentimento, di ogni azione. Mille strade di sviluppo creativo, mille modi di dire una frase, di compiere un gesto, di relazionarsi all'altro, mille possibili cammini che ci mettono in difficoltà, che ci costringono a scegliere, a conoscere, a plasmare la materia dell'anima quasi fosse argilla e trovare in noi l'origine, il punto da cui partire, la forza da cui far nascere ogni atto di vita.
Oggi davvero in tempi oscuri, tempi di guerra, di morte, di odio vogliamo ritrovare i nostri padri. Politici, poeti, drammaturghi, musicisti che in questo passato Novecento abbiano opposto la loro voce, il loro silenzioso pensiero...oggi che raccontare la realtà oggettiva è impossibile, oggi che pare possibile scientificamente realizzare l'impossibile proprio in questo disincantato e inebetito nuovo millennio è importante fare, vedere, produrre Teatro per scrutare ciò che non si vede, per trovare il bene nascosto in ogni uomo, per ripensarci nella meraviglia del mistero che ha in sé ogni nascita ed ogni morte. Basta con l'essere "informati", diventeremo "deformati"; dobbiamo capire, emotivamente, fare esperienza, prendere la nostra vita fra le mani lontani da intellettualismi e disincanti e imparare l'umile arte della vita, dello stupore a costo di essere ingenui." (Alessio Pizzech – Castiglioncello, Settembre '04)
